La comunione coinvolgente ogni singolo essere vivente del pianeta.
Adesso giochiamo ad un gioco di antilogica, ovvero un gioco di logica il cui scopo è quello di rompere le barriere mentali prodotte dalle nostre abitudini e dalle conoscenze che il nostro cervello si è abituato a considerare come vere. Ovvero:
il nostro cervello si è evoluto per eseguire calcoli estremamente complessi come insieme di celluline che si accendono e spengono in sequenza, consumando ciascuna una piccola quantità di energia e, nel mentre, mantenendo la spesa energetica di questo esercizio al livello più basso possibile. Il nostro cervello vive ogni nuova situazione in modalità ansia-scoperta, energeticamente dispendiosa, ma quando questa situazione diventa stabile e nota ecco che il cervello crea delle scorciatoie, ignora dettagli, li dimentica, e produce comunque il miglior risultato possibile da quella azione-situazione, impiegando adesso la minor spesa energetica possibile. Ecco che l’autostrada del segnale elettrochimico dei neuroni apre una variante, una seconda strada che collega il problema al risultato componendo il percorso più efficiente possibile. Risultato? Il messaggio passa meno “caselli”, e quindi meno check-point, ma arriva comunque alla stessa destinazione. Consuma meno. Il secondo risultato di ciò è che, a causa di questa nuova disposizione dei neuroni, a volte noi siamo sicuri e convinti di un argomento finchè non arriva il Scorate di turno che ci fa mettere in discussione le nostre conoscenze. Sostanzialmente ci “spintona” fuori dalla scorciatoia neuronale consolidata dal nostro cervello nel tempo. Una volta fuori dalla scorciatoia, siamo offroad, e siamo costretti a cercare una strada che ci porti alla nostra cara conclusione. Ma può accadere che questa conclusione si trovi in cima ad una “collina” mentale estremamente ripida e complessa da risalire. La scorciatoia ci stava quindi trasportando direttamente alle nostre conclusioni, difficili da raggiungere in altri modi, ed era così comoda e bella come stradina che non abbiamo mai cercato una via parallela. Ma ecco che, fuori dalla scorciatoia, siamo costretti a faticare, a pensare, a riflettere. Ecco che fuori dalla scorciatoia siamo interessati ad altre strade, e la strada metaforica che scegliamo di percorrere, quella che ci sembra la migliore, magari perché non presenta attriti al nostro pensiero o perché vediamo già la soluzione che ci piace al suo termine, potrebbe non portare alla stessa destinazione rispetto alla nostra cara vecchia scorciatoia. Ed eccoci qui, devo spintonarvi fuori da tutte le scorciatoie che avete imparato a percorrere nel corso della vostra vita, ma solo in ambito biologico. Ecco il primo spintone. Se Darwin ha ragione, siamo fregati. Charles Darwin nel 1856 e successivamente ha attirato l’ira funesta dei suoi contemporanei grazie ad un trattato in cui parlava della sua nuova teoria fantastica e all’avanguardia: l’evoluzione naturale. All’avanguardia rispetto a cosa? Al tempo la scienza ruotava attorno ad un altro trattato, su cui ogni singolo studioso e non aveva messo le mani e conosceva sicuramente a memoria, magari non nella sua interezza ma per cospicue parti: la bibbia. E nella bibbia gli scienziati contemporanei a Darwin (e anche noi in realtà) hanno cercato soluzioni ai loro problemi e risposte ai loro quesiti. Ecco che Darwin presenta alla giuria un’idea stravagante e fuorviante rispetto alla verità accettata da tutti gli altri studiosi, ovvero che la bibbia fosse sbagliata e che le creature attraversassero, nel corso dei millenni, un processo di adattamento ed evoluzione morfologica delle proprie caratteristiche. Darwin qui non parla di un singolo individuo che cambia ma di generazioni di individui che nel tempo cambiano. Questi individui vengono selezionati da agenti segreti che noi oggi chiamiamo fattori di selezione, che possono essere il leone per la gazzella, il gufo per il topolino, la siccità per il pesce. Questi fattori di selezione sono elementi che esistono nell’intorno del soggetto che spererebbe di sopravvivere e riprodursi, e che ne modulano la capacità di raggiungere i suoi obbiettivi. Ecco che quindi gli animali nati con la camicia, ovvero quelli che hanno ereditato le caratteristiche migliori per sopravvivere, lo fanno e si riproducono passando alle generazioni successive il loro corredo genetico. Gli animali che invece hanno le caratteristiche sbagliate per l’ambiente in cui vivono non riescono a riprodursi, o almeno non in massa, e il loro patrimonio genetico viene lentamente perso. Ed eccoci qui. Se questa teoria è vera, vuol dire che i gatti di casa non sono stati sempre come li vediamo oggi, sono cambiati nel tempo. E lo stesso vale per i leoni e le tigri e tutti i felini. Ma com’erano un tempo? Erano più alti? Più piccoli? Erano più simili tra di loro? Beh, parlando dei gatti, la loro evoluzione è strettamente legata alle loro migrazioni geografiche. Se un gatto si sposta dalla savana alla foresta, i fattori di selezione cambiano, infatti ogni ambiente ha i suoi fattori di selezione. Ed ecco che l’azione dei fattori di selezioni diversi premia e punisce caratteristiche fisiologiche e morfologiche diverse in ambienti diversi. Ed ecco che queste caratteristiche che vengono ereditate dalla progenie, che nel frattempo si enfatizzano sempre più a causa del lavoro della stakanovista preferita di madre natura, la morte, sommandosi tra loro rendono morfologicamente diverse le due popolazioni della stessa specie. La imposizione forzata quindi di una caratteristica piuttosto ché di un'altra dà vita a una separazione dei destini delle due popolazioni di animali uguali ma che si sono divise. Chi rimane nella savana segue il suo percorso, e lo stesso lo fa anche chi si trova a vivere nel bosco, pur sempre a modo suo. Ecco quindi, da una specie adesso ne abbiamo due. E sono anche belle diverse. Teniamo da conto che c’è stato un momento in cui gatto e leone erano la stessa specie, e questa specie “d’epoca” la chiamiamo antenato comune. L’antenato comune. Secondo la bibbia Dio ha creato le specie perfette e irripetibili, immutabili. Darwin dice di no. Le specie cambiano. Ma quindi, fermi tutti, se i leoni e i gatti sono quasi uguali e questo è dovuto all’antenato comune, e i cani e i lupi sono quasi uguali e anche questo è dovuto all’antenato comune, come la mettiamo che noi siamo simili alle scimmie? Darwin disse, noi con loro abbiamo un antenato in comune. Insulti e bastonate. Noi che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio siamo come le scimmie? La teoria della selezione naturale non ha avuto il successo immediato a cui Darwin aspirava. Anzi. Ora che i tempi sono cambiati, siamo più proni ad accettare che le scimmie possano essere nostre cugine, visto anche le fattezze di alcuni nostri amici e parenti. Bene ecco. Ma se a me piace tanto questa teoria, e voglio costruire una linea al cui capo ci sono io Homo sapiens, e al cui altro capo c’è l’antenato comune tra me e le scimmie, chi trovo? Devo cercare a ritroso le caratteristiche che io possiedo, e che le altre scimmie possiedono, e chi ne ha di più un comune vince. Ed ecco che gli scienziati hanno cominciato a tirare linee, perché se trovi un accoppiamento, chi ti ferma dal trovarne un altro, e poi un altro ancora. Ma fino a quando si può tornare indietro? C’è un momento in cui si può dire: ecco noi siamo partiti da qui e prima di questo non c’era nessuno? Beh, sì.
La vita sulla terra, si pensa, dovrebbe essersi evoluta a partire da una forma molto semplice, abbozzata. Un qualcosa che deve esistere in primo luogo, poi mangiare e riprodursi. Tutto in modo già efficiente ma tutti in modo semplicissimo e arcaico. Ma quindi, questo individuo da dove dovrebbe venire?
Si è formato per caso, dall’unione di elementi chimici in un brodo primordiale? Ma era da solo ò c’erano anche altri “ingredienti” in questo brodo? Comparsi tutti contemporaneamente o ad intervalli di milioni di anni l’uno dall’altro? Se sono comparsi all’ora, perché non compaiono più? Eccoci a insegnare la filosofia ai batteri. Batteri che tra l’altro non potevano andare al mcdonald ma dovevano nutrirsi di materia inorganica per ricavare l’energia loro necessaria al sostentamento perché, ricordiamolo, se sei il primo essere vivente organico su un pianeta attorno a te non c’è nessun altro essere vivente che ha potuto produrre materia organica che tu puoi usare. Bene, quindi abbiamo trovato l’altro capo del filo. Una cosa curiosa è che sempre da questo stesso filo che unisce batterio e sapiens dipartono anche i filetti di tutti gli animali, ma anche di tutte le piante e di tutti i funghi, che non sono piante. Ecco quindi, risolto il nostro dubbio. Ma neanche il tempo di riposarsi che subito un secondo dubbio ci attanaglia: in che senso generazioni? Vuol dire che nei miliardi di anni di esistenza della vita sulla terra, ogni generazione ha ereditato un micro cambiamento nel suo aspetto, e la somma di tutti i cambiamenti ha portato un batterio a diventare un homo sapiens? E, se per questo, anche un cactus? Tutti gli animali si sono evoluti a partire dal batterio, che non si sa neanche in realtà come si sia formato, perché se uno prova a studiare una cellula moderna vede come ogni singolo elemento sia organizzato al fine di sopravvivere. Ogni singolo elemento, nessuno dei quali è sasso o aria. Sono tutti, più che elementi, molecole. Molecole complesse, intricate matriosche di ragnatele atomiche ognuna delle quali è assegnata al lavoro in un dato settore della cellula. Come fanno a decidere tra loro chi fa cosa, non lo so. E come ha fatto il primo batterio a dire: questo sono io e adesso ripeto me stesso attraverso la manipolazione degli atomi e creo una copia quasi identica di me stesso e anche questa copia farà così nei millenni fino a diventare un homo sapiens, non lo so. Pur tuttavia eccoci qua. Ma aspetta. Se la vita si è formata una sola volta miliardi di anni fa, e da quella bene o male tutti dipendiamo, vuol dire che, se taglio e cucio il filo a mio piacimento, posso legare l’estremità dell’essere umano direttamente sull’estremità del batterio, nascondendo tutte le altre specie. Ma se il batterio si divide e crea un individuo vivo, e io sono fatto di cellule vive che fanno le loro cose e sono organizzatissime, tanto anche da andare in cerca di accoppiarsi e di conciliarsi con altre cellule loro pari ma complementari presenti in individui esterni a se stessi, e senza mai sostare, una volta unite cominciano a duplicarsi, questo vuol dire che in primo luogo io sono parente, alla lontana, di un batterio, e in secondo luogo che la vita si è trasmessa in modo inequivocabile e costante a partire dal batterio. Quindi quel batterio antenato comune è mio sbinonno. E io sono cugino di tanto grado delle piante. Ma quindi se la vita non si crea ma si trasmette all’infinito, chi ha creato la vita? Il caso? E soprattutto perché dovrei riconoscere che un feto non è un essere vivente, se il modo fondamentale in cui si trasmette la vita è proprio attraverso la riproduzione continua e diretta?
E soprattutto, dato che il mio sbinonno era un batterio, e che da tutti i batteri si sono diversificati tutti gli animali e piante e funghi, io sono legato, attraverso questo filo, a tutti gli esseri viventi. Parenti un po' alla lontana.
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